EVANGELIZZAZIONE
E CULTURA
Condividendo la Buona Notizia del Regno attraverso frontiere
culturali
0. Introduzione
È evidente che c'è stato recentemente
un aumento notevole nella letteratura teologica sulla tematica
dell'evangelizzazione inculturata, includendo un buon numero
di documenti papali. Sarebbe quasi impossibile coprire tutti
i materiali prodotti negli ultimi 40 anni, da quando il termine
inculturazione fu coniato. La maggioranza di questi documenti
offre un riferimento di ispirazione affinché i cristiani
si occupino di portare la Buona Notizia a destinatari di culture
differenti prendendo in considerazione la ricchezza di quelle
culture e la necessità di trattarli con rispetto e sensibilità.
Con tutto ciò, pochi sono quelli che propongono una
metodologia pratica e vitale per potere realizzare questo ministero.
Possiamo dire che l'atteggiamento descritto
col termine "inculturazione" (che come parola è un
neologismo), è stato parte integrale della missione
cristiana dai suoi inizi: portare il
vangelo a nuove culture e fare la cosa accessibile ad esse.
La Buona Notizia fu percepita molto presto dentro
la storia della Chiesa, come qualcosa che andava oltre un'espressione
culturale particolare, cioè che era "transcultural",
facendo riferimento ad un'esperienza fondante, come vedemmo
nella relazione anteriore. Basti ricordare il felice
travaso dell'esperienza fondante cristiana delle sue origini
ebree alla cultura greco-romana. Già per Paolo ed i
suoi seguaci era chiaro che il messaggio centrale di Gesù di
Nazareth non era vincolato, e molto meno limitato, ad una cultura
particolare. Ma contemporaneamente, una volta che una cultura
era stata toccata dal Vangelo, questa era trasformata restandole
(nonostante le sue caratteristiche proprie), una specie di "sigillo" che
sarebbe riconoscibile per qualunque cristiano che entrasse
in contatto con lei ("Quelli che si sono battezzati
in Cristo si sono rivestiti di Cristo: non c'è oramai
ebreo né greco; né schiavo né liberi;
né uomo né donna; poiché tutti voi sono
uno in Cristo Gesù", Gal 3: 28-29).
A partire da questo movimento verso l'universalità del
Vangelo, ognuna delle nuove comunità cristiane, senza
lasciare il suo ambiente culturale, andò sperimentando
il Dio di Gesù come accessibile, come qualcuno che voleva
stabilire una relazione con essi, nella loro propria lingua
ed attraverso i propri riferimenti di senso. Questo si concretò finalmente
nella nascita e consolidamento di Chiese locali che avevano
le radici nella cultura originaria dei loro membri. E questo
incontro con la Buona Notizia, a sua volta, servì da
veicolo di trasformazione per quelle culture, portandole ad
una rinnovazione da dentro.
Utilizzando la nostra cornice teorica di riferimento, potremmo
dire che attraverso una mistagogia cristiana, i missionari
di successo permisero alle culture riceventi di accedere
all'esperienza fondante propria del cristianesimo, e quell'esperienza
fondante sperimentata si trasformò a sua volta in
semente per una nuova cultura cristiana, incarnata
nelle espressioni proprie della cultura ricevente. Ma per
dire che un'inculturazione fu di successo bisognerebbe provare
che fu fedele al messaggio centrale cristiano e fedele all'identità culturale
che l'accoglieva. Questo, è chiaro, nella misura che
fosse possibile, dato che c'erano sempre elementi
propri delle culture destinatarie (nella cosmovisione ed
ethos) che semplicemente non erano compatibili con l'esperienza
fondante cristiana. In questi casi, l'incontro di
successo col cristianesimo portò come conseguenza
trasformazioni rispetto agli universi di senso anteriori:
una nuova cosmovisione ed un nuovo ethos.
Questo vuole dire che l'incontro della fede
cristiana con le nuove culture implicò un incontro di
sistemi religiosi differenti, alcuni più simili all'esperienza
cristiana che altri, creando tutta una gamma di possibilità.
In alcune occasioni, soprattutto nel caso di conversioni forzate
frutto della conquista violenta, l'evangelizzazione si realizzò prescindendo
dalle caratteristiche delle culture destinatarie, assoggettandole,
debilitandole e perfino in alcuni casi facendole sparire. È quello
che normalmente si chiama acculturazione. Nell'altro estremo
stanno le esperienze in cui la trasmissione del Vangelo fu
molto superficiale, non arrivò mai a suscitare l'esperienza
fondante propria della fede cristiana, perciò le culture
riceventi, sebbene poterono denominarsi come cristiani, non
furono trasformate da questo incontro, mantenendo intatti i
loro cosmovisione ed ethos.
Il pericolo principale
sono stati sempre gli estremi: da una parte uguagliare la
fede cristiana ad una forma culturale particolare di esprimerla,
escludendo altre possibilità e dall’ altra l'atteggiamento
culturalista che considera che il valore fondamentale è il
rispetto radicale alla cultura quello che porterebbe a temere
di "inquinarla" con riferimenti cristiani che gli
sarebbero estranei. L'ideale è favorire
un dialogo tra l'esperienza fondante della fede cristiana
con tutte le culture possibili, sotto la premessa che quell'incontro
sarà mutuamente vantaggioso.
La pratica del dialogo interreligioso ed interculturale
ha portato come conseguenza il concludere che sebbene la Realtà Ultima
(quello che per noi cristiani è Dio mediato da Cristo) è transculturale
(oltre qualunque espressione culturale che pretenda veicolarla)
si manifesta sempre dentro un riferimento culturale concreto.
1. Per capire il significato teologico
di inculturazione
Dall'inizio della storia umana, le culture
hanno interagito le une con le altre, con cosmovisioni e sistemi
di significato alternativi ed a volte contraddittori. Questo
porta in generale come conseguenza un'influenza mutua, diventando
le une per le altre variabili importanti nei processi di evoluzione
rispettivi. La natura di questi "incontri" è variata.
Possono essere pacifici o violenti. Possono essere superficiali
o profondi. Possono essere momentanei o duraturi. E chiaramente
le sue conseguenze (da minime fino a radicali) sono diverse.
Ora ci incentreremo nel tipo particolare di
interazione culturale che chiamiamo inculturazione. Tratteremo
di esplicitare il suo significato, processo, difficoltà e
possibilità. Inculturazione è più un
termine teologico che antropologico, benché usi concetti
e visioni dell'antropologia e di altre scienze sociali. L'idea
di inculturazione nacque in circoli missionari cristiani, tra
persone esperte nel ministero di portare il messaggio cristiano
a culture differenti. Questi missionari avevano sperimentato
le difficoltà della comunicazione interculturale. Come
già abbiamo esplicitato, da una parte sentivano la necessità di
condividere un'esperienza di Dio vissuta come positiva e trasformante.
Dall'altra parte stavano i "destinatari" di questo
messaggio, col proprio sistema di significati, la propria cosmovisione,
il proprio ethos e la religione che li univa e sostentava.
Questi mondi culturali erano apprezzati come ricchi e di gran
valore, come parte del patrimonio culturale e spirituale dell'umanità.
Come potevano trovarsi questi due elementi in un spirito di
rispetto e dialogo?
Specialmente durante il periodo colonialista
i missionari cristiani non avevano coscienza che in generale
avevano assimilato la propria esperienza di salvezza ad una
cultura, cioè, alla cultura nella quale nacquero e furono
formati. La loro fede fu vissuta, si processò e gli
fu condivisa nei simboli appropriati delle loro tradizioni.
C’è da aspettarsi che se vissero immersi in quegli
universi culturali non fossero coscienti di essi, come dice
il racconto indù del pesce che non è cosciente
che si trova nell'acqua. Non vedevano la loro cultura come
un di più, con le sue proprie particolarità,
bensì piuttosto come il riferimento primario di "cultura".
Erano le culture con le quali si trovavano, le culture dei "pagani",
quelle che si percepivano con rarità e particolarità.
Questo non implicava una brutta intenzione, ma era piuttosto
qualcosa di naturale. Quello
che faceva diventare questa situazione pericolosa per l'evangelizzazione
era che molto spesso i missionari non riuscivano a distinguere
tra il vangelo ed l’ "incarto" culturale nel
quale l'avevano sperimentato. Frequentemente sentivano
che la fede cristiana poteva viversi totalmente solo in una
cultura simile alla propria. Per questa ragione cercarono
di cambiare invece di conoscere, apprezzare e dialogare con
le culture che pretendevano di evangelizzare. Questo
provocò molta "violenza culturale" (ed alcune
volte física), causando un gran danno alla propagazione
della Buona Notizia cristiana. Potremmo dire che diventò un "tradimento" all'esperienza
fondante della fede basata nell'incontro con un Dio che è amore
incondizionato e gratuito.
Vedevamo già nel nostro documento di
lavoro "Cultura e fede cristiana" che nei Secoli
XVI e XVII, i pionieri di inculturazione si resero conto della
necessità di entrare in dialogo con le culture interlocutrici.
Questi pionieri (Valignano Ricci, Di Nobili) furono tuttavia
eccezioni, non la regola. La crescita
della fede cristiana negli ultimi cinquecento anni fu parallela
all'espansione colonialista (e spesso violenta) della cultura
europea occidentale. Prima si conquistarono con la
forza le aree territoriali che vennero sotto l'egemonia da
questi gruppi culturali, e dopo si colonizzarono e si ristrutturarono
secondo i modelli europei. Questo modello di espansione (l'imposizione
di culture nazionali ai paesi sotto il suo tutoraggio) fu adottato
dall'immensa maggioranza di missionari ed era il modus operandi "ufficiale" delle
Chiese cristiane, tante cattoliche come protestanti il che
in realtà sabotava la pratica missionaria lasciandola
incapace di essere un'autentica mistagogia cristiana.
Già in anni recenti, con l'emergenza
di studi critici sul fenomeno culturale, si mostrò che
ognuna di queste culture assoggettate (e quella dei conquistatori)
mira ad un "progetto di vita", basato in un'esperienza
particolare di trascendenza che è espressa dalla sua
religione. Se qualcuno vuole comunicare valori trascendenti
attraverso frontiere culturali dovrebbe stare in apertura per
capire l'esperienza di Dio propria della cultura con la quale
vuole "conversare". Possiamo concludere che in molti
dei casi dove la croce arrivò insieme alla spada, quel
processo non si arrivò a verificare. I vinti, per evitarsi
la persecuzione di chi stava al potere, cercarono maniere di
adattarsi allo status quo ma senza arrivare ad accedere a quello
che la fede cristiana significa nella sua più profonda
identità, cioè, il suo paradigma. Per evitare
la superficialità, il processo di evangelizzazione deve
essere sensibile alla necessità di inculturazione.
Inculturazione
non è solo l'adattamento
agli elementi esterni di un'altra cultura né è meramente
una strategia pastorale. È piuttosto il risultato
dell'interazione tra l'identità (e patrimonio) culturale
di un paese, da una parte, e d'altra parte l'azione evangelizzatrice
di missionari che appartengono ad altre culture. Interazione
che idealmente colpisce profondamente e positivamente entrambi
gli attori.
Questo processo di
inculturazione è descritto meglio per metafore che
ci portano al suo significato teologico. All’ inizio
si descrisse come "rivestire" i principi
evangelici con una veste culturale che li facesse significativi
per i loro destinatari. Ma presto si biasimò questa
metafora perché l'interazione fra vangelo e culture
era un processo molto più ricco e profondo che mettersi
e togliersi una "veste" che si vedeva come superficiale
e che sembrava lasciare intatta la cultura del destinatario.
Un'altra immagine descriveva l'inculturazione
come il processo di piantare un seme (il vangelo) in terre
differenti (le cultura). Il problema è che
presto questa metafora diede adito a che si concludesse (e
si giudicasse a priori) che essendoci terre (culture) differenti,
ognuna aveva una "fertilità evangelica" altrettanto
differente, ciò che autorizzava i missionari a discriminare
le culture che essi considerassero "sterili" per
la Buona Notizia. Questo diede adito ad una giustificazione
pseudo-teologica per il razzismo ed etnocentrismo.
Si è suggerito anche il matrimonio
come metafora per descrivere l'inculturazione. Questa
metafora trasmette meglio il carattere correlativo, dialogico,
dell'interazione tra il vangelo e le culture, dove i due
sono considerati in una relazione di reciprocità.
Questa opzione non esprime tuttavia ancora la profondità e
ricchezza di questa interazione. In realtà, alcuni
autori considerano che sarebbe più appropriato che
fosse la discendenza (i figli del matrimonio) invece della
propria unione, quello che potrebbe definire piuttosto il
processo di inculturazione.
Magari la migliore analogia teologica, ed il più accettata attualmente, per
descrivere l'inculturazione è il mistero dell'Incarnazione.
Il vangelo è chiamato ad incarnarsi nella cultura, assumendola
completamente e contemporaneamente trasformandola, portandola
alla sua pienezza, nella maniera in cui la Parola
di Dio redense la nostra natura umana assumendola. E come la
Parola di Dio rimase la stessa dopo avere preso la nostra forma
umana, il vangelo rimane uguale benché assuma forme
culturali differenti. La maggioranza dei recenti documenti
della Chiesa normalmente descrive l'inculturazione in questi
termini.
D'altra parte, l'inculturazione è stata
anche spiegata attraverso il mistero pasquale di morte e
resurrezione. Ogni cultura si richiama a vivere
un processo di conversione che include "morire" a
tutto quello che in lei sia estraneo al vangelo. Quella stessa
cultura resusciterà (trasformata) crescerà allora
verso la sua pienezza. È importante sottolineare che
le culture, come creazioni umane, hanno le loro ambiguità,
limitazioni e strutture di peccato e poteri di morte. Avvicinarci
ad esse secondo la fede cristiana implica discernimento,
un avvicinamento critico tra il vangelo e le culture, perfino
alle cultura (come le europee) che sono servite tradizionalmente
come veicoli della fede cristiana.
Finalmente dobbiamo considerare un
altro riferimento teologico per l'inculturazione e questa è la
venuta dello Spirito Santo a Pentecoste. A Pentecoste
tutte le culture presenti sentirono la Buona Notizia della
salvezza "nelle proprie lingue", At 2: 8. pertanto,
questo vuole dire che non dovettero imparare la lingua di
Pietro per capire il suo messaggio, ma lo Spirito Santo attraverso
Pietro lo fece accessibile nelle loro proprie lingue (culture). In
questa maniera, i presenti sentirono il vangelo e lo capirono
basati nella propria tradizione.
Tutte queste metafore derivate dal mistero
di Redenzione provvedono un'ispirazione teologica per approfondire
il processo di inculturazione: l'Incarnazione può capirsi
come una "condizione"; l'evento pasquale (passione,
morte e resurrezione) come descrittivo dello stesso processo
di inculturazione; e Pentecoste (lo Spirito che tutto rinnova)
come la sua forza dinamizzante. È in ultima istanza
lo Spirito di Dio quello che permette che la Chiesa inculturi
il vangelo.
Negli ultimi 30 anni la Chiesa cattolica sta
sviluppando la sua dottrina sull'inculturazione, benché l'inculturazione
sia stata parte della sua pratica dai suoi inizi. Il Concilio
Vaticano Secondo portò un spirito di dialogo, ecumenismo,
comprensione e stima per la diversità umana. L'impeto
venne al concilio dalla ricerca di ritornare alle origini della
fede cristiana, capire la fede come mistagogia e tentare di
raggiungere la congruenza tra metodi e contenuti di evangelizzazione.
La Chiesa si rese conto della necessità di fare che
il suo messaggio fosse pertinente al mondo al quale si sentiva
inviata. La Chiesa doveva trasportarsi nel "cuore" del
mondo, della vita umana. E questo significò, chiaramente,
che avrebbe dovuto inculturarsi.
Avendo realizzato un'esplorazione generale
dei documenti della Chiesa degli ultimi quattro pontificati
che ci parlano di inculturazione, troviamo che le sue conclusioni
sembrano convergere in una serie di elementi senza i quali
non possiamo capire, né vivere, quello che l'autentica
inculturazione significa:
-
Il Vangelo
non può essere simile a nessuna cultura in particolare. È indipendente
delle culture(1). O,
ancora meglio, è transculturale. Ma il Regno
di Dio proclamato dalla Buona Notizia di Gesù di
Nazareth è vissuto da donne ed uomini che sono
immersi in culture. Quindi, le formulazioni storiche
del vangelo utilizzano elementi di quelle culture.
Il vangelo può penetrare le culture senza rimanere
soggetto ad esse.
-
Nel suo contatto con le culture,
la Chiesa apprezza, rispetta e protegge tutto “il
buono che abbia depositato nella mente e nel cuore
di questi uomini, nei riti e nelle culture di questi
paesi, [affinché] non solamente non sparisca,
ma acquisti vigore e si elevi e si perfezioni per la
gloria di Dio"(2) La
Chiesa riconosce il valore delle religioni tradizionali
(il cuore delle sue culture): sono le espressioni viventi
dell'anima di ogni popolo particolare, sostentate da
migliaia di anni di ricerca di Dio "con gran
sincerità e rettitudine di cuore".(3)
-
L'evangelizzazione inculturata
rispetta e rinnova una cultura portandola alla sua pienezza. Il processo di evangelizzazione di successo colpisce
le aree più centrali della cultura e della mente
umane in modo che siano trasformate e perfezionate dalla
fede cristiana(4).
-
La Chiesa
ha imparato che l'inculturazione richiede tempo. È un
processo profondo e che abbraccia molti elementi, dato
che include la vita intera della Chiesa ed il processo
intero di evangelizzazione: teologia, liturgia, la
vita della Chiesa e le sue strutture.(5)
-
Attraverso
l'inculturazione la Chiesa si incarna nelle culture
e le introduce dentro la sua comunione, in un processo
di arricchimento mutuo che aiuta la Chiesa
a sapere ed esprimere meglio il mistero di Cristo,
e non in poche occasioni a correggere deviazioni nella
sua forma di trasmettere il vangelo, cioè, ancora
una volta la congruenza di fondo e forma(6).
-
È chiaro che affinché abbia
luogo un'autentica evangelizzazione, la Buona
Notizia deve essere percepita come risposta agli aneliti
fondamentali delle culture destinatarie. C'è necessità di
assicurare che il Vangelo si trasformi in Buona
Notizia concreta dentro le vite delle persone
da evangelizzare: Impegno per la pace, la giustizia,
i diritti umani e la promozione dell'umanità.
La prova che l'inculturazione si è data
realmente è quando la gente si sente sempre di
più compromessa con la sua fede cristiana perché l'ha
percepita con maggiore chiarezza attraverso lo sguardo
della sua propria cultura, cambiando l'atteggiamento
interno fino a riflettere la gioia del servizio(7).
-
Le Chiese
particolari sono i principali responsabili dell'inculturazione assimilando
il messaggio del vangelo e trasponendolo, nella sua
verità, ad un linguaggio intelligibile per la
loro cultura." L'inculturación
deve impegnare tutto il popolo di Dio e non solo gli "esperti",
dato che i credente riflettono il Sensus Fidelium che
non si deve perdere mai di vista. Tutto il popolo di
Dio è chiamato a diventare individuo,
agente, dell'inculturazione(8).
-
C'è la necessità di
trovare un equilibrio tra la "incarnazione" locale
necessaria del vangelo e mantenere la comunione universale
dentro la Chiesa. Una tensione salutare tra
questi poli (particolarità ed universalità)
assicurerà un autentico processo di inculturazione
contemporaneamente conservando la cattolicità della
Chiesa(9).
Questi otto punti ci forniscono i principi
fondamentali della dottrina della Chiesa cattolica rispetto
all'inculturazione. Tentano di offrire un'ispirazione che miri
verso la direzione generale e la forma del lavoro da realizzare.
Tuttavia, ogni processo dell'inculturazione deve essere sviluppato
ed inteso secondo la sua situazione concreta. È responsabilità del
credente approfondire quello che questo processo significa
per la sua realtà di evangelizzazione concreta, quali
sono le sue principali sfide, come affrontarle, come possono
fissarsi mete e la maniera in cui possano essere valutate
3. Verso una metodologia
dell'inculturazione
La fede cristiana ha inteso sé stessa come un messaggio
universale di salvezza. I cristiani sperimentano Cristo ed
il suo vangelo come la maniera più valida ed idonea
per trovare Dio e per questa ragione vogliono condividere la
fede con altri. Possiamo dire che il cristianesimo è di
natura sua una fede missionaria. Tuttavia, questa pretesa di
universalità deve essere sostenuta per il suo successo
incarnandosi in contesti culturali e situazioni storiche differenti,
mantenendo contemporaneamente una comunione di fede accessibile
ed accettabile per tutti. Non bisogna dimenticare che per esprimersi
le culture non hanno bisogno del vangelo. Tuttavia, il vangelo
richiede sempre mediazioni culturali per riuscire ad incarnarsi.
Senza un'espressione culturale, il vangelo non avrebbe rilevanza
né significando per l'umanità.
Durante la storia umana, il vangelo si è espresso sempre
dentro una cultura concreta. Quindi, il processo di evangelizzazione
ha portato sempre con sé un incontro di culture. L'ideale
dell'inculturazione è che questo incontro sia un dialogo
che faccia bene a entrambi i partecipanti. Il presupposto che
nessuno dei partecipanti in quel dialogo ha la comprensione
completa della Rivelazione. I due possono guadagnare dall'incarnazione
del vangelo in un nuovo ambiente culturale. Questo fa dell'inculturazione
un processo di discernimento culturale e spirituale. Partendo
da una stessa esperienza di Dio si arriva alla sua espressione
in riferimenti simbolici differenti che aiutano ad avvicinarsi
al mistero della Rivelazione con maggiore profondità.
3.1 Il primo passo
in un'evangelizzazione inculturata: La necessità di
conoscere la propria cultura e la sua relazione col vangelo.
Il primo passo nel processo di inculturazione
sarà dato dagli stessi evangelizzatori che devono comprendere
che il vangelo, come lo conoscono, perfino la maniera in cui
lo ricevettero e lo sperimentarono, è culturalmente
delimitato. La verità trascendente, eterna e transculturale
incarnata in Cristo si trova sempre trasformata nelle forme
culturali di tradizioni particolari. Nel cristianesimo, la
salvezza implica sempre un incontro personale con Gesù Cristo
ed il suo messaggio. Attraverso questo incontro, il credente
sperimenta Dio come un misericordioso Padre e Cristo come il
paradigma di quello che l'umanità è chiamata
ad essere. Ma le forme simboliche nelle quali questa esperienza
comune si esprime variano ampiamente. Ogni cultura capisce
e trasmette la sua storia della redenzione coi suoi propri
termini culturali che possono sembrare strani ed incomprensibili
ad altre tradizioni.
Per essere un buon evangelizzatore, uno deve
avere la cornice teorica della conoscenza ed analisi della
cultura e dell'importanza della religione al suo interno. Quella
fu la tematica di nostra prima conferenza. Per questo, gli
agenti pastorali devono ricevere, come parte della loro formazione,
un'introduzione alle scienze della cultura: antropologia, linguistica,
critica letteraria, semiologia, ecc. L'importanza che ha l'inculturazione
per il processo di evangelizzazione mette effettivamente le
scienze della cultura al livello di collaboratrici con le discipline
teologiche nel lavoro di sviluppare modelli di chiesa e ministeri
appropriati a nuovi universi culturali(10).
Con questi strumenti analitici, gli evangelizzatori
possono capire la propria cultura, un prerequisito per capire
altre culture. Alcune domande che devono avere risposte per
questo tipo di analisi sono: Quali sono le necessità sperimentate
nella propria società? Quali sono i valori che le danno
senso e come si esprimono simbolicamente? Questi valori possono
essere riferiti finalmente al vangelo? Questo "inventario" delle
cose di maggiore valore per la propria cultura può aiutare
a chiarificare la nostra identità religiosa. Constatare
che normalmente molte di quelle "cose importanti" non
hanno niente a che vedere col vangelo, mostra che tutte le
identità religiose sono selettive e sincretiste. È specialmente
importante che i missionari si rendano conto di qualunque pregiudizio
culturale che possano avere. Questo non è un compito
semplice. Per esempio, ogni teologia può essere considerata
una "teologia locale", influenzata da un contesto
particolare, con la sua cosmovisione, rappresentazioni simboliche
e stima, relazioni di potere ed interessi distintivi, ecc.
La pretesa di considerare una teologia concreta come normativa
e "transculturale", ovviando le sue determinanti
culturali, è in sé stessa una forma di pregiudizio(11).
Questo processo di introspezione permetterà agli
evangelizzatori di crescere in umiltà e comprendere
che la "forza totale del vangelo" non può essere
abbracciata da nessuna cultura particolare, per più secoli
di contatto che abbia avuto col messaggio evangelico(12).
Ogni annuncio umano del vangelo è sempre un avvicinamento
e gli evangelizzatore devono essere coscienti di questo. Nonostante,
questo non deve rappresentare un ostacolo per l'evangelizzazione.
La storia della Chiesa ha dimostrato che il vangelo si può inculturare
con successo. Questa condizione di essere inevitabilmente "incompleta" che
hanno tutte le teologie e, infine, la loro necessità di
essere completate, ci dà una prospettiva corretta del
mistero della Rivelazione e la sua interpretazione e ci dà una
forte motivazione ad inculturare la Buona Notizia in tutte
le culture. Potremo solo così avanzare nel processo
di conoscere più a fondo quello che la rivelazione definitiva
di Cristo significa per l'umanità ed eventualmente correggere
errori e falsificazioni. Kirbi parla di più di 7,000
culture differenti vive nel nostro tempo(13).
Invece di considerarle un disturbo per la propagazione del
vangelo, devono stimarsi come altrettante chiavi ermeneutiche
per capire il mistero infinito di Dio.
Tuttavia, non possiamo pretendere che tutte
le teologie hanno la stessa capacità di fornire maniere
differenti di capire il vangelo, o che tutti i loro riferimenti
di senso possono essere considerati altrettanto veri. Dio offre
la sua presenza e verità a tutti, senza nessun favoritismo.
Ma la risposta alla presenza di Dio è sempre condizionata
attraverso la propria soggettività umana(14).
Questo è un immenso campo per il discernimento che implicherà sempre
l'adozione di criteri di giudizio. Per la Chiesa cattolica,
il criterio fondamentale per questo discernimento sono: le
Sacre Scritture, la Tradizione viva della Chiesa (coi suoi
due elementi principali del Magistero ed il senso di fede dei
fedeli, il Sensus Fidelium). Altre Chiese cristiane
hanno i propri parametri di discernimento. In tutti i casi,
la critica culturale può aiutare ad evitare l'etnocentrismo
e l'esclusione di cosmovisioni alternative.
I missionari, soprattutto quelli provenienti
delle culture "occidentali", devono sottomettersi
ad un processo di "disarmo culturale", rinunciando
ad ogni atteggiamento egemonico come quelli che sono stati
solitamente sviluppati da quelle tradizioni(15).
Questo permetterà loro di inserirsi in un processo di
dialogo in termini di equità con altre culture. La meta è la
costruzione di un cristianesimo che rifletta la diversità culturale
e la ricchezza del nostro mondo, essendo contemporaneamente
autenticamente universale e cattolico, e trasmettendo attraverso
il loro atteggiamento dialogante, umile e di servizio, i contenuti
centrali dell'esperienza fondante cristiana.
La meta di questo primo passo nel processo
di inculturazione è permettere all’ evangelizzatore
di capire la "matrice culturale" di tutte le esperienze
di fede, includendo la sua. Incominciare con lo studio di una
cultura familiare facilita il processo. Questa abilità,
una volta imparata, può applicarsi all'avvicinamento
ad altre culture e alla trasmissione di contenuti, come la
Buona Notizia, attraverso frontiere culturali.
3.2 "Arrivare
a conoscere l’altro", il passo seguente nel processo
di inculturazione
Attraversare le frontiere culturali ci fa
comprendere la diversità delle organizzazioni sociali
umane. Ogni cultura ha sviluppato il suo proprio avvicinamento
alla vita, coi suoi simboli, i sistemi di valore e valutazione
(ethos), la sua cosmovisione ed i sistemi religiosi che li
sostengono. La comunicazione tra queste tradizioni differenti
può essere difficile. Per permettere un dialogo fruttifero è necessario
un processo di traduzione (decodificazione e re-codificazione
di simboli, concetti, abitudini, atteggiamenti morali, ecc.).
In questo compito le scienze della cultura offrono un aiuto
inestimabile. Aiutano ad interpretare il sistema simbolico
usato da ogni cultura, rendendo il suo significato accessibile
ai "forestieri" (cioè, a quelli provenienti
da altre cultura).
Normalmente, questo processo di interpretazione
inizia col contatto tra il "forestiero" (che può essere
l'evangelizzatore) ed i membri della cultura interlocutrice.
Si aspetta da parte dell'evangelizzatore un atteggiamento di
apertura rispettosa verso l’"altro". naturalmente,
all'inizio, è di fondamentale importanza imparare la
lingua del gruppo interlocutore. Questo permetterà all'evangelizzatore
di stabilire un livello basilare di comunicazione. Una lingua
(specialmente la sua struttura) può proporzionare un
accesso privilegiato alla cosmovisione di un gruppo dato.
Ma imparare la lingua non è sufficiente,
benché sia indispensabile. I prossimi passi mettono
l'evangelizzatore in un contatto più intimo con la cultura
alla quale arriva, con l’"altro". Al principio,
il "forestiero" vive un periodo di fascino col gruppo
ricevente. Tutto sembra nuovo ed interessante. Questo si è descritto
come il periodo della "luna di miele" in cui l'interesse
per la cosa ignorata e lo spirito di avventura sembra addormentare
le tensioni create dal vivere in un ambiente culturale estraneo.
Quando il primo fascino per i nuovi ambienti
si va diluendo, il missionario incomincia a sentire veramente
le differenze culturali. Questo può generare conflitti
e tensione. Noi umani tendiamo ad essere etnocentrici e questo è naturale.
La nostra identità, costruita dentro una cultura particolare,
con la sua cosmovisione, valori e strumenti per confrontarsi
con la realtà, può sentirsi minacciata imbattendosi
con identità culturali alternative (ed a volte contraddittorie).
Queste cosmovisioni differenti discutono la validità della
nostra cultura come la maniera più "corretta" di
spiegare la realtà e "vivere" in lei. Questa
divergenza può percepirsi come una minaccia alla nostra
identità, particolarmente quando ci sentiamo circondati
di persone che non sono d’accordo con quello che ci sembra
fondamentale. Perfino può percepirsi inconsciamente
come un'aggressione personale.
Questa fase nel processo di inculturazione è di
somma importanza. Può viversi come un'opportunità di
vivere e constatare la diversità umana e l'alterità come
ricchezza. Quando si vive in un spirito di umiltà, ci
aiuta a considerare la nostra cultura e le sue concrezioni
da una prospettiva appropriata, permettendoci di iniziare un
vero dialogo coi nostri interlocutori.
Ma è anche un momento di pericolo.
Ci sono due possibili deviazioni in questa congiuntura. I due
implicano due estremi poco realistici nella maniera di considerare
le culture differenti. Nel lato apparentemente affermativo,
troviamo il cosiddetto "utopismo", che è una
visione idealizzata (e falsa) dell’"altro",
nella quale tutti gli aspetti della sua cultura sono considerati
positivi (ed in generale migliori che quelli della cultura
propia) (16). Questo ottimismo
poco realistico implica una falsificazione della cultura ricevente
che finalmente ostacola un scambio culturale produttivo. Il
forestiero non entra in dialogo con un "altro" reale
bensì con costruzioni della sua fantasia (la "sindrome
del buon selvaggio"). A chi cade in questa trappola, non
interessa dialogare con le culture in quanto tali, bensì con
la sua visione idealizzata di esse che non è altro che
una proiezione di se stessi.
Sull'altro lato dello spettro troviamo l'estremo
negativo del "razzismo". In questo caso tutti gli
aspetti della "altra" cultura sono considerati spregevoli.
Di nuovo, questo è un caso di falsificazione dell'interlocutore,
nel quale il forestiero proietta sulla cultura ricevente i
suoi propri problemi di identità e valutazione culturale.
Anche in questo caso il dialogo rimane tronco.
Quando il "visitatore" passa questa
fase con successo, senza cadere nelle trappole che abbiamo
appena descritto, arriva il tempo per realizzare una considerazione
imparziale dei due sistemi culturali (il proprio e quello che
si è trovato) scoprendo le differenze tra essi e la
natura di quelle differenze (superficiali, profonde, contraddittorie,
complementari, etc.). La meta è aumentare la conoscenza
ed apprezzamento degli "altri", la nostra comprensione,
accettazione e rispetto. L'ideale è capire come la
cultura interlocutrice esplicita e risolve le sue questioni
più importanti (necessità percepite, speranze,
paure, avversioni, conflitti, ecc.) e come le esprime simbolicamente.
Per questo può aiutarci quello che definivamo nella
nostra prima coversazione come una "etnografia religiosa".
Allora possiamo considerare solo che continuiamo ad entrare
in un dialogo interculturale.
Questa prassi di trovare l’"altro" e
prepararsi per il dialogo è in sé stessa un'esperienza
di conversione. Porta con sé quello che si è chiamato
una "dislocazione culturale"(17).
L’"altro" è accettato nella sua identità che
non è definita in funzione dell'identità dell'evangelizzatore.
Se l'evangelizzatore continua ad avanzare in questo processo
fino ad appropriarsi delle sofferenze e speranze della sua
cultura anfitriona, il suo annuncio della Buona Notizia sarà più significativo
per i suoi interlocutori.
3.3
Il dialogo, nucleo del processo di inculturazione.
L'autentico incontro con l’ "altro", stabilendo
così una buona comunicazione, è semplicemente
un prerequisito nel processo di costruire il dialogo. È precisamente
attraverso il dialogo che gli evangelizzatore possono condividere
la loro fede con la cultura ricevente. Tuttavia, non qualunque
scambio può essere considerato dialogo interculturale.
Ci sono alcune condizioni necessarie per facilitare uno scambio
fruttifero di idee attraverso frontiere culturali.
Vedemmo nella nostra prima conversazione che
il proposito centrale dell'avvicinamento semiotico alla cultura è aiutarci
ad avere accesso al mondo concettuale di altre culture che
a sua volta ci permetta di "conversare" con esse.
Questo avvicinamento "interattivo" richiede da noi
apertura e rispetto verso i nostri interlocutori. Apertura
che ci permetterà che ascoltiamo quello che devono realmente
dire, facendo sempre sforzi per capire la loro prospettiva
ed esperienza di vita. Rispetto per riconoscere le loro contribuzioni
col loro valore intrinseco senza cercare di conformarli ai
nostri parametri accettabili. Dobbiamo evitare gli estremi
di considerare tali contribuzioni come false in principio o
pensare che li "conosciamo meglio di quello che essi si
conoscono."
Il pluralismo culturale è parte della
condizione umana, l'immenso numero di sistemi culturali lo
dimostra. Questo pluralismo culturale può contribuire
ad una comprensione più completa della realtà e
del mistero di Dio. Attraverso il dialogo si vanno proporzionando
nuove piste per interpretare la Rivelazione di Dio. Anche questo
dialogo ci mette in contatto con l'azione di Dio in altre culture.
Quindi dobbiamo avvicinarci a questo esercizio con un spirito
di riverenza per la presenza di Dio in ogni cultura. Il dialogo
ci permette di affacciarci alla visione della realtà Ultima
che Dio ha offerto come dono ad ogni tradizione culturale.
La ricerca della verità è l'unica
meta possibile per un dialogo interculturale onesto. Questo
non è un compito semplice. La verità è una
categoria dinamica e nessuna persona o società data
possono pretendere di avervi l'accesso pieno. Precisamente
perché Dio ha voluto dare qualcosa di sé a tutti,
non è possesso esclusivo o privilegiato di nessuna cultura.
In alcuni documenti che trattano dell'inculturazione appare
un atteggiamento di rispetto alle culture ma contemporaneamente
di sospetto se non è che di rifiuto alle religioni
che li sostengono. Nonostante questo, "sopprimerle [le
altre religioni] sarebbe equivalente a cancellare o annullare
una presenza reale, [la presenza reale] di Dio nel
mondo(18)". Tuttavia,
se qualcuno è attratto dall’impegno dell'evangelizzatore
per Cristo ed il suo vangelo, questo si dovrebbe all'azione
di Dio invece di essere il risultato di una "conversione" programmata.
L'esperienza ci ha mostrato che possiamo avvicinarci più alla
verità attraverso la discussione e il dissenso che attraverso
un accordo superficiale. Di lì l'importanza di fortificare
il dialogo e l'interculturalità come un atteggiamento
di vita e la sua inclusione nella formazione di agenti pastorali
Michael Amaladoss propone quattro livelli
di dialogo, ognuno con la sua propria specificità(19).
Prima considera un dialogo di vita, di interazione giornaliera.
Questo sarebbe simile all'incontro con l’ "altro" che
descriviamo nella sezione anteriore. È attraverso il
condividere la vita con membri delle culture riceventi, conoscendone
e condividendone le speranze e paure, le allegrie e sofferenze
che impariamo a capirli ed a comunicarci con essi, guadagnando
l'autorità morale per presentarci come interlocutori
legittimi. Nel processo di evangelizzazione, questo può essere
il tipo più importante di dialogo da intraprendere.
Missionari che hanno vissuto innesti in comunità popolari
ed indigeni sono stati motivati per questa intuizione. Questo
dialogo di vita può richiedere molti anni prima che
il prossimo passo possa darsi.
Normalmente, il dialogo di vita sarebbe considerato
come un prerequisito per le altre forme di dialogo. Tuttavia,
troviamo altri tipi di dialogo. Uno anche importante è quello
di "esperti" nella dottrina di ogni gruppo incluso
che si trovano per condividere le loro tradizioni ed arricchirsi
tra sé. Questo è quello che Amaladoss definisce
come dialogo di scambio intellettuale
Altre forme di dialogo possono realizzarsi
simultaneamente o separatamente. Amaladoss considera fondamentale
quello che chiama dialogo di esperienza spirituale. In realtà questo
tipo di scambi basati più nella "esperienza di
Dio" (nell'esperienza fondante) che nelle dottrine religiose,
si è rivelato specialmente fruttifero. Un esperto nel
campo, Wayne Teasdale, ha detto al riguardo che nel livello
mistico, le religioni hanno molto da condividere, mentre ad
un livello "accademico-dottrinale" le parole e concetti
si trasformano in autentici scogli per la comunicazione interreligiosa(20).
Finalmente, il quarto tipo di dialogo proposto per Amaladoss è chiamato "dialogo
come collaborazione per la promozione umana". Una maniera
privilegiata di dare attestazione della fede cristiana è unirsi
agli sforzi per ottenere una società ed un mondo più giusto
ed equo.
Tutte questi forme differenti di dialogo possono
essere casuali, con quasi nessuna struttura o metodologia,
od organizzate, con vari gradi di formalità. Il processo
di evangelizzazione può guadagnare da entrambi gli
avvicinamenti, ognuno proporzionando la sua ricchezza particolare
al processo dell'inculturazione.
4. A mo' di conclusione: il ruolo
della comunità nel processo di inculturazione.
Questa presentazione non sarebbe completa senza enfatizzare
l'importanza della comunità nel processo di inculturazione.
Stiamo descrivendo le precondizioni necessarie per l'incarnazione
genuina del vangelo in una cultura. Tuttavia, l'evidenza ci
mostra che "solo gli esperti nella propria cultura sono
capaci di inculturarsi ed integrare il vangelo ad essa(21)".
I missionari devono riconoscere che non conosceranno mai (sperimenteranno)
la cultura dei loro interlocutori come le persone che nacquero
e crebbero in esse. Il ruolo dell'evangelizzatore è fare
che l'esperienza di Dio cristiana sia accessibile alla cultura
dei destinatari. Ma quello è semplicemente il principio
della strada. Il vangelo deve interagire con la cultura, con
le vite delle persone, con la comunità di fede.
La storia ci insegna che il vangelo è un fattore di
trasformazione culturale. Quando il vangelo non sfida e rinnova
una società, probabilmente non è stato inculturato.
Una volta che l'esperienza di Dio cristiana è arrivata
ad una società, discute gli elementi della cosmovisione
della cultura che contraddicono i valori del vangelo. Questa "conversione" può trovarsi
solo nei cuori e menti delle persone che conoscono la cosmovisione
della loro cultura, la sua espressione simbolica, e contemporaneamente
hanno sperimentato l'incontro col Dio di Cristo. Rimanendo
nella loro cultura, questi nuovi cristiani sono critici di
tutti gli elementi nella loro società che sono contrari
al Dio che hanno sperimentato. In modo che gli individui, cioè,
i promotori attivi di questa fase finale e definitiva del processo,
sono le comunità di fede radicate nelle culture rispettive.
Queste comunità si costituiscono in "Chiese
locali", riconosciute come essenziali nel processo di
evangelizzazione. Credendo nello stesso vangelo di tutti i
cristiani, lo percepiscono, sperimentano, esprimono e celebrano
in forme diverse. Fu così che si evolsero tutte le tradizioni
dentro la Chiesa: latina, bizantina, semita, slava, etc. Ultimamente,
dopo molti secoli di immobilità, la Chiesa cattolica
ha fatto passi importanti per riconoscere la necessità dell'inculturazione
ed il suo insegnamento recente lo mostra. C’è,
tuttavia, una lunga strada davanti. Servono azioni pastorali
concrete che riconoscano la diversità culturale come
fondamentale per la riflessione teologica, la liturgia, la
struttura della Chiesa, i ministeri, ecc. La cattolicità della
Chiesa non può continuare a essere costruita sulla base
di un'eclesiologia di uniformità. La Chiesa universale è chiamata
ad essere arricchita dalle nuove voci delle Chiese locali.
Con questo finiamo il nostro percorso per tentare di offrire
una cornice teorica per le discussioni, discernimento ed attività dei
prossimi giorni. Speriamo di avere potuto dare un approccio
pratico ed utile al fenomeno della cultura, alla sua relazione
con la religione e all'identità personale e di gruppo,
come al suo ruolo nella trasmissione del messaggio centrale
della Buona Notizia Cristiana: l'irruzione del Regno di Dio
come oriz
1.- Paolo VI, Evangelii Nuntiandi 22, CELAM,
Puebla 407.
2.- Vaticano II, Lumen Gentium, 17.Giovanni
Paolo II, Redemptoris Missio, 53.
3.- Evangelii Nuntiandi, 19.; CELAM,
MedellínVI 2 [5], e Santo Domingo 228; Giovanni
Paolo II, Slavorum Apostoli, 16, Ecclesia
in Africa, 59; and Ecclesia in Oceania,
16.
4.- Giovanni Paolo II Ecclesia in Africa, 62.
5.- Giovanni Paolo II, Orientale Lumen, 38.
6.- Questo punto fu trattato con speciale attenzione
dal Magistero delle Chiese Latinoamericane nei documenti
delle Assemblee generali del CELAM di Medellín,
Puebla, Santo Domingo e Aparecida.
7.- Giovanni Paolo II, Ecclesia in Asia, 22.
8.- Redemptoris Missio, 63. Vedere anche :
CELAM, Medellín IV, 2 [8], Santo Domingo, 230b.
9.- Vedere Slavorum Apostoli, 27, e Orientale
Lumen, 40.
10.- Kirbi, Jon P., “Language and Culture Learning
IS Conversion... IS Ministry”, Missiology:
An International Review, Vol. XXIII, No. 2, April
1995, 135.
11.- Cf. Menamparampil, Thomas, “El reto de las
culturas”, Servicio de Prensa para Religiosos
y Religiosas (Madrid), abril-junio 1998, 18.
12.- Cf. Suess, Paulo, “O Evangelho nas culturas:
caminho de vida e esperança. Apontamentos para
o V Congresso Missionário Latino-Americano”, Perspectiva
Teológica, n. 25 (1993), 308.
13.- Cf. Kirbi, “Language and Culture Learning
IS Conversion”, 135.
14.- Torres Queiruga, Andrés, “Cristianismo
y Religiones: ‘Inreligionación’ y
cristianismo asimétrico“, Sal Terrae 85/1,
enero 1997, 7.
15.- Cf. Vitoria Cormenzana, Francisco Javier, “Diversidad
cultural y evangelio de los pobres”, Revista
Latinoamericana de Teología, XIV, No. 42,
1997, 275
16.- Ver:Todorov, Tzvetan, La conquista de América,
el problema del otro, Siglo XXI Editores, México
2001, 182-194.
17.- Pablo Suess, “El evangelio en las culturas:
camino de vida y esperanza”, Selecciones de
Teología, No. 133, 33-42
18.- Torres Queiruga, Andrés (1997) “Cristianismo
y Religiones: ‘Inreligionación’ y
cristianismo asimétrico“, Sal Terrae 85/1,
10-11.
19.- Amaladoss, Michael, “Dialogue and Mission”,
Interview in Columbans, [on line] <http://indigo.ie/~columban/amalad.htm> [accessed
23rd Novermber 2002];
20.- Teasdale, Wayne, “Interreligious Dialogue
since Vatican II”, Spirituality Today,
Vol. 43, No. 2, Summer 1991, 119-133.
21.- Ver: Maccise, Camilo, “New Prospects
and Challenges for Missions”, OCD General
House 1998 y Thomas Menamparampil “El reto de
las culturas”, 18.
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