Sabato, 4 de luglio de 2009
Profundización sobre el eje temático
 
Ponencias de Alexander Zatirka, sj
Direttore del Dipartimento di Scienze Religiose. Universidad Iberoamericana. México, D.F.
 
 
 
1.- Cultura, Religione e Identità
2.- Esperienza di Dio e Religione
3.- Evangelizzazione e Cultura
Condividendo la Buona Notizia del Regno attraverso frontiere culturali
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

ESPERIENZA DI DIO E RELIGIONE

1. La religione come nucleo della cultura. L'esperienza di Dio come nucleo della religione 
 
Nella nostra chiacchierata anteriore c'avviciniamo al fenomeno della cultura ed alla religione come nucleo di identità di quell'universo di senso. Capire la religione è capire la cultura alla quale serve da sostentamento. Dicevamo che anche le culture che pretendono di costruirsi su basi atee o agnostiche, sviluppano la propria religione secolare, coi suoi atti religiosi corrispondenti, per unire e rinforzare la loro cosmovisione e il loro ethos. Non c'è cultura senza religione e non c'è religione che non sia concretata in atti religiosi. Dicevamo anche che attraverso l'analisi degli atti religiosi, basato su un'etnografia religiosa previa, possiamo avvicinarci ai paradigmi, contenuti esistenziali densi, non discorsivi che si trasmettono attraverso gli stessi atti religiosi. 

In alcuni casi, solo dove si possono scorgere alcuni di questi elementi paradigmatici gli antropologi interpretativi considerano che finisce il loro lavoro. La loro intuizione è che solamente chi attraversa la soglia della fede propria di ogni tradizione religiosa, è nella disposizione e capacità per captare nella sua totalità quello che questi paradigmi significano. Un'altra volta risuona il grido di battaglia di questo avvicinamento all'analisi culturale: "che parlino i credenti! " Clifford Geertz fece alcuni avvicinamenti iniziali a quello che questo incrocio della frontiera della fede potrebbe significare. Nei suoi studi sugli atti religiosi dei balinesi, credette di intravedere alcuni dei paradigmi trasmessi in essi, benché riconoscesse sempre che in coscienza egli non potesse considerarsi un "credente" né era in condizioni di arrivare ad esserlo. Alcuni dei suoi seguaci, come i rappresentanti principali della corrente dell'antropologia dialogica, Barbara e Dennis Tedlock, osarono effettivamente passare quella frontiera e seguirono il processo di induzione, abilitazione e consacrazione come sciamani maya, (il termine di questo ministero nella cultura quiché è chuchkajaw che significa "Señor/señora abuelo/abuela"). I suoi studi sono un avvicinamento molto interessante alla possibilità di addentrarsi attraverso la religione in universi culturali differenti da quello della nostra origine, sottolineando i successi, gli errori e i pericoli di questo processo, con gli esiti e limitazioni del possibile accesso alla sua rispettiva esperienza religiosa fondante.

Quello dietro cui andavano questi studiosi della cultura era quello che potremmo chiamare il "nucleo del nucleo" della cultura, la quintessenza della sua identità, ubicable dentro la sua religione. Sebbene si può considerare la religione come il nucleo della cultura, come il distillato dei principali elementi contenuti nei suoi cosmovisione ed ethos, a sua volta la religione sembra avere un nucleo fondamentale costituito dai paradigmi che trasmette. Trovarci con un nuovo punto centrale dentro la religione, necessariamente ci porta a pensare se ci sono alcuni altri elementi che ci aiutino a capirlo e a vedere come opera, cioè, ci porta alla domanda sulla possibile esistenza di una struttura di funzionamento del fenomeno religioso.

Se rimaniamo solamente con la prospettiva evoluzionista adattativa con la quale gli antropologi interpretativi descrivono la nascita della cultura, come una forma di trasmissione parallela, non genetica, di contenuti necessari per la sopravvivenza, tutto sembrerebbe determinato da fuori, in altre parole, le condizioni ambientali sarebbero le causanti del modo di organizzarsi di un paese, spiegandosi l'universo di tale maniera che gli permetta di funzionare efficacemente in quel contesto e così assicurare la sua sopravvivenza. Posto in altri termini, la necessità di sopravvivenza di fronte ad un ambiente ostile e con risorse limitate, causerebbe la nascita e sviluppo di una forma concreta di affrontarlo ed i meccanismi per trasmettere questi saperi, strumenti adattativi, per trasformarlo a vantaggio del collettivo. Da questa prospettiva la cultura, e la religione che le serve da nucleo di identità, sarebbero determinate dalle necessità di sopravvivenza umana. Questo avvicinerebbe la posizione dell'antropologia interpretativa che vedemmo consociata a correnti come l'evoluzionismo, il materialismo culturale ed il materialismo dialettico. L'apparizione di "religioni secolari" in culture che si definiscono come non confessionali, atee o agnostiche, sembrerebbe basare questa conclusione. E questo fatto empirico sembra che sia servito per dare peso ad una visione materialista/determinista della nascita della cultura e la religione.

Ma potrebbe esserci un avvicinamento differente che facesse soprattutto riferimento a culture che sono state costruite su tradizioni religiose millenarie, come il Buddismo, il giudaismo o il cristianesimo. Sarebbe possibile pensare che la cultura non si costruisce da fuori, cioè, che non è a partire dall'ecosistema che si concreta una cosmovisione, ethos e religione determinati per esso? Potremmo arrischiarci a pensare che il riferimento primo, fondamentale, di una religione non viene dall'ecosistema, bensì dell'irruzione dentro quell'ambiente di un principio che si rivela come fondamentale per capire tutto quello che esiste? Quella sarebbe la posizione comune a tutte le grandi tradizioni religiose, sia che credano in un Dio personale o in una Realtà Ultima impersonale. Per chi vive dentro questi sistemi di significato, (per i "credenti"), in fondo alla sua religione c'è un'esperienza di incontro col radicalmente vero, di dove ricevono il loro senso tutte le cose apprezzabili nel mondo percettibile con i sensi. In questo caso la prima cosa sarebbe l'esperienza di irruzione ed incontro con quel Referente Ultimo che finisce per trasformarsi in chiave di interpretazione (chiave ermeneutica) fondamentale per capire il mondo, l’ecosistema, e la maniera di stare idealmente in esso.

Questa asseverazione è molto importante e radicale poiché implica che la cultura non è in ultima istanza prodotto dell'essere umano e del suo adattamento al mondo, bensì della Realtà Ultima che si rivela come definitiva. Questo non vuole dire che una volta rivelata, (una volta che è diventata trasparente) gli esseri umani non possano fallire nel loro tentativo di costruire (a partire dal paradigma fondante, quello sì autentico per necessità) un sintagma (discorso religioso concretato in atti) che a sua volta si spieghi in una maniera di capire il mondo, (cosmovisione), e la forma ideale di vivere in esso (ethos). Potremmo concludere che sono esistite ed esistono concrezioni (culture-religioni) più o meno fortunate per riflettere e trasmettere la rivelazione (paradigmi) che questa irruzione, (rivelazione o svelamento) della Realtà Ultima ha lasciato per l'umanità.

Per potere approfondire questa intuizione vale la pena avvicinarci a questa esperienza di rivelazione da un contesto che ci è familiare, quello della fede cristiana. Lì ci avvicineremo all'esperienza di incontro con la Realtà Ultima, (mediata da Gesù di Nazareth ed il suo messaggio centrale dell'arrivo, irruzione, del Regno di Dio) e come aveva potuto concretarsi in una religione e nelle culture sostentate da lei. Idealmente, potremmo cercare di arrivare ad elaborare criteri di valutazione per vedere se quelle culture-religioni furono più o meno fedeli all'esperienza di Realtà Ultima che erano chiamate a riprodurre/incarnare e trasmettere.

2. La "Esperienza di Dio", di contatto con il Reale, come nucleo di identità della religione, ed eventualmente di tutta la cultura 
 
Dicevamo che come la cultura ha un nucleo che è la religione, la religione a sua volta ha un nucleo che è l'esperienza di Dio, un'irruzione della Realtà Ultima dentro la coscienza umana che la fa "evidente" come senso ultimo di tutto quello che esiste. Che cosa significa questo? 

Al fondo della nostra religione, (e di tutte le religioni) c'è un'esperienza fondante che si visse come incontro con quello che si impose come realtà ultima e definitiva. Utilizziamo il termine "impose" perché l'esperienza di incontro con Dio è di tale forza e impatto che il resto diventa relativo nella sua presenza, lasciando chiaro che tutto quello che esiste riceve da Lui la sua densità ontologica, esiste grazie a Lui. L'analisi linguistica ci porta a confermare questa intuizione. Javier Melloni presenta la radice indoeuropea sak - come origine del termine "sacro". Il significato di questo radicale semantico è "conferire esistenza", "fare che qualcosa arrivi ad essere reale." La cosa sacra è quello che esiste realmente, tutto quello che lascia trasparire Quello che lo sostiene. La "esperienza di Dio", non fa riferimento ad un vissuto isolato di una mente febbrile. La storia ci mostra che implica un vissuto molte volte sperimentato nelle più diverse tradizioni culturali e religiose di imbattersi in quello (Quello, Lui/L’Esistente), che "esistendo fa che il resto esista" "che abilita le cose a essere reali". Potremmo dire, inoltre, che fa che le cose siano reali nella maniera precisa come sono reali. Questa ultima cosa è importante. Perché l'ordine (cosmo) che trasmette un'esperienza fondante, (abbattendo l'illusione di un mondo "caotico", senza armonia né concertó), non è altro ordine che quello che si è manifestado/rivelato come definitivo e normativo secondo Quello che lo sostenta.

La "esperienza di Dio" potremmo denominarla più propriamente col termine ignaziano di "esperienza fondante, poiché ella fonda e dà senso alla visione della realtà che avrà, a partire da lei, chi l'abbia sperimentata. Queste esperienze fondanti si vivono come una "rivelazione", l'irruzione di qualcosa (Qualcuno) che inizialmente non era ovvio e che all'improvviso diventò percettibile, intelligibile, riferimento ultimo e definitivo.

Un altro riferimento al reale/concreto della pratica religiosa è che a sua volta, le esperienze fondanti alla quale facevamo riferimento implicano in generale ad un individuo concreto che le visse, una persona che fu trasformata radicalmente da questo incontro con la cosa Definitiva. Nell'origine di ogni religione c’è una persona, un essere umano come noi (ciò che lascia sempre aperta la possibilità che abbiamo accesso alla stessa esperienza fondante), e la sua esperienza di incontro col Mistero. Questo incontro, a sua volta, sempre marca definitivamente la vita di chi lo sperimenta. Basta fare un rapido percorso mentale per le grandi figure fondatrici delle tradizioni religiose millenarie per vedere che in tutte esse si presenta questo modello:

  1. Fame di trascendenza, senso e ricerca della verità. La Realtà Ultima attrae e seduce i chiamati a cercarla e trovarla. Possiamo dire che prende l'iniziativa. 
  1. Esperienza di Dio, (fondante), che "prende completamente"  chi la sperimenta. È un'esperienza mistica di incontro ed unione con la cosa Definitiva. 
  1. Visione rinnovata del mondo a partire dalla chiave ermeneutica captata/vissuta nell'esperienza fondante. 
  1. Desidero di condividere con tutte le persone possibili quell'esperienza che si sperimenta come positiva e umanizzante. 
  1. Stabilire  un processo di induzione affinché a loro volta i destinatari del messaggio vivano l'esperienza fondante. 
  1. Lascito dell'esperienza e la maniera di riprodurla al gruppo di seguaci che rimangono come addetti di proteggere la sua autenticità. 

Questo piccolo schema possiamo applicarlo, come annotavamo, alla maggioranza delle grandi religioni contemporanee: a Buddha e alla nascita della sua dottrina, ad Abramo/Mosè e alla nascita del giudaismo, a Gesù il Cristo e alla nascita del cristianesimo, a Muhammad e alla nascita dell'Islam. La stessa cosa potremmo dire di altre religioni altrettanto antiche ma meno conosciute, come i sistemi di fede indoamericani o africani.

Ritornando alla nostra descrizione dell'esperienza di Dio come esperienza fondante possiamo dire che trovarsi con la Realtà Ultima significa sempre una liberazione, un passare dell'oscurità alla luce, dal caos al cosmo, del non senso ad un chiaro orizzonte di senso. Senza perdere l'elemento della cosa "tremenda" e trascendente proprio del contatto col Mistero ultimo, della "paura e tremore" di cui parlano le Sacre Scritture chi vive questa esperienza percepisce definitivamente la sua vita trasformata in bene dall'incontro con la Realtà Ultima. Liberato dell'angoscia di sentirsi davanti ad un mondo caotico e dove tutto sembra darsi per caso, sente che finalmente "capisce" e capta l’"ordine" che sottosta a tutto quello che lo circonda, e che spiega perfino la sua stessa esistenza. Si accorge, in maniera intuitiva e contemporaneamente di peso, che esiste un "piano", un'intelligenza, un ordine che porta la catena di fatti verso una fine ragionevole e con senso. Non è gratuito che le parole che definiscono questo principio che orienta la realtà facciano riferimento nelle diverse lingue ad un stesso campo semantico: ordine, legge, struttura, e l'atteggiamento di configurarsi a quell'ordine rivelato. Tale è il caso di parole/concetti ben conosciuti da noi come Tao ( Dao, nel misticismo naturalista cinese); Dharma (nell'induismo e Buddismo); Torah (nel giudaismo); Regno di Dio (nel cristianesimo); Islam (nella religione musulmana).

Chi vive queste esperienze fondanti constata anche che quando orienta le sue decisioni ed azioni riferendole a quell’"ordine", la sua vita si fa sempre più armonica e piena. Scoprire un simile tesoro, un'allegria tanto grande come quello, spinge a condividerla con altri. Di più, in generale l’"ordine" rivelato implica quella corresponsabilità per gli altri come vedremo un po' più avanti. 
 
Finalmente, non dobbiamo mai di perdere di vista che l'autentica esperienza religiosa è "reale", cioè, percettibile/sperimentabile/ constatabile, non è mai un'idea, un mero discorso, per piuttosto articolato e plausibile che questo potesse sembrare. 

3. Sviluppo della religione a partire dall'esperienza fondante di Dio (la religione come mistagogia) 

Dicevamo che nell'origine di ogni religione, e delle culture che si concretano eventualmente a partire da esse, c'è un'esperienza di trovarsi con la Realtà Ultima che si rivela come datrice di esistenza e di senso. Affinché questo sia una realtà, e non solamente il frutto dell'immaginazione di un idealista, è necessario che l'esperienza sia trasmissibile, ripetibile. I grandi mistici fondatori cercano presto (o sembrano convocare col magnetismo generato dalla loro attestazione) seguaci che si sentono attratti dalla loro personalità ed aspetto. Chi si è trovato col Mistero e ne è stato trasformato definitivamente, sembra irradiarlo, trasparirlo, e ciò attrae persone la cui sensibilità è orientata a questa stessa ricerca. 

Nella nascita delle grandi tradizioni religiose troviamo un periodo di tempo in cui il fondatore cerca, non sempre con successo, di ottenere che quelli che si sono sentiti attratti dalla sua maniera di "essere umano", non si accontentino solo di quello ma accedano a vivere la stessa esperienza fondante che il mistico fondatore ha vissuto. E per questo cercano volta dopo volta modi di potere suscitare nei loro seguaci (molte volte immaturi, vacillanti e/o confusi) lo stesso vissuto di incontro col definitivamente Reale e toccante. Solo questo vissuto personale e diretto li trasformerà in autentici seguaci "della strada", sicuri di quello che fanno e qualificati, a loro volta, per trasmetterlo ad altri.

Questi processi di induzione all'esperienza fondante si strutturano già in un programma di didattica spirituale che è stato denominato (già dai Padri della Chiesa) come "mistagogia". In generale implica un tempo di preparazione che sensibilizza l'adepto a potere captare l'onnipresenza di quello che tutto sostenta. Questo normalmente implica purificare una visione autocentrata della realtà e della propria identità, o piuttosto curare la cecità che questo atteggiamento causa, per aprirsi ad un orizzonte di senso basato in relazioni di reciprocità ed interdipendenza. Questa tematica la copriremo più ampiamente nella nostra terza relazione.

L'utilizzo del termine "mistagogia" che evoca il più conosciuto di "pedagogia", ha un significato profondo. Come il pedagogo era un schiavo il cui responsabilità era semplicemente portare al bambino (paidos) col maestro (didakos) e mai erigersi a maestro egli stesso, così il processo mistagogico è chiamato a condurre a chi lo vive all'incontro col Mistero, e mai a soppiantarlo. Il recettore dell'esperienza fondante, il mistico fondatore, riceve a sua volta il dono di poterla trasmettere, assicurandosi che la mistagogia che ha vissuto e vuole trasmettere ai suoi seguaci, rifletta le caratteristiche proprie dell'esperienza. Una rottura in questo processo di induzione, un passo in falso che separi dall'esperienza originale o l'alteri, può finire con la trasmissione, travisarla, con gravi conseguenze per la religione che si sostenta in lei e per la cultura che si costruisce in base a quella religione. Questo lascerebbe la religione in crisi, ciò che a sua volta porterebbe come conseguenza una crisi della cultura e della società.

È la nostra intuizione che le crisi culturali ed istituzionali, come quella che stiamo vivendo, sopravvengono quando le religioni che li sostentano non possono oramai veicolare l'esperienza fondante che sta nel loro nucleo, ed alla quale non possono smettere di fare riferimento. Potremmo dire che le religioni sono fondamentalmente mistagogie, strade che aiutano i loro seguaci a trovarsi col Mistero, tale e come si visse nell'esperienza fondante incarnata nella vita concreta dei fondatori. Ma questa cristallizzazione, per divenire religione e non meramente discorso ideologico, necessita veicolare il vissuto dell'incontro con Dio, farlo ripetibile e torno ad insistere che deve essere un vissuto reale e constatabile.

4. Gesù di Nazareth e la "Esperienza Fondante” dei cristiani

Dentro la tradizione cristiana questa esperienza fondante si associa con l'incontro con un Dio personale che si rivela all'essere umano come un Creatore vicino, misericordioso, compassionevole ed amoroso. Durante questa esperienza e, in maniera ideale, dopo lei e durante tutta la vita, può percepirsi come questo Dio agisce, come la sua onnipresenza nella sua Creazione, benché si intuisca che è un Dio "sempre maggiore", inafferrabile, Mysterion.

Per incominciare bisognerebbe evidenziare che una delle particolarità fondamentali della nostra religione è che la sua esperienza fondante basilare è trovarsi ed entrare in relazione con una persona: Gesù di Nazareth. Trovarsi con lui, nella sua esperienza di vita, costituisce il vissuto basilare di qualunque cristiano. A sua volta, la vita tutta del nostro Salvatore è una serie di esperienze fondanti. Essendo vero Dio e vero uomo, e mantenendo sempre attive le sue due volontà, Cristo si costituisce in via per tutti gli umani, poiché come umano visse quella che forse fu la sua esperienza fondamentale: la sua apertura all'incontro con un Dio che si manifesta come Padre amoroso, con una povertà senza limiti e che vuole comunicare la sua "volontà" a quelli che ama. Quello visse Gesù come uomo, in quell'esperienza più volte volta attaestata (nel suo battesimo, tentazioni, vita pubblica, passione, morte e resurrezione) e è quella che volle trasmettere ai suoi discepoli: Dio ci ama e vale la pena mettere le nostre vite nelle sue mani.

Pertanto questi vissuti concreti della vita del Signore che ci sono stati trasmesse dalla Sacra Scrittura sono esperienze di conferma e complemento che chiariscono chi questo Padre è e quello che significa vivere in accordo con la sua "volontà", essere "cittadini" del Regno. La volontà del Padre fa riferimento ad un ordine, un modo di fare, un atteggiamento esistenziale di apertura alla comunione, avviato alla salvezza/pienezza della Creazione che è forse il senso ultimo del termine Regno di Dio. Chi continua a scoprire questo mistero attraverso l'incontro col Padre per Cristo nello Spirito Santo, scopre l’ "ordine", il cosmo armonico del progetto di salvezza di Dio ed incomincia ad orientare la sua vita ed ognuna delle sue azioni in quella direzione.

Vivere dalla sovranità di Dio, (Regno) è riprodurre in uno stesso gli atteggiamenti di Dio come ci sono stati rivelati nel Signore Gesù (Cristo è Dio che comunica con noi "in umano", cioè in una maniera intelligibile per noi). La Sacra Scrittura lo afferma con chiarezza: "chi mi ha visto, ha visto il Padre" (Jn 19:9b). E per incarnare nelle nostre vite concrete gli atteggiamenti di Cristo dobbiamo impararli in primo luogo, farli nostri, o come alcuni sono arrivati a dire: scoprirli nella cosa più profonda del nostro essere come parte della "impronta cristica" della nostra creazione.

Gesù realizza in noi quello che i psicologi contemporanei chiamano "modellamento", una specie di trasmissione di saperi/esperienze/ atteggiamenti, in sintesi, saggezza, che va oltre il linguaggio comune ed implica tutta la persona ed i suoi atteggiamenti vitali che sono "contagiati" a chi a lui si avvicina. Quasi per "osmosi" si vanno incorporando la serie di valori ed atteggiamenti esemplificati da chi serve da "modello". il Nostro Salvatore sperimentò come uomo l'incontro con la realtà di quel Padre vicino e compassionevole, compromesso con le sue creature in maniera personale, in una relazione il cui fondamento basilare è l'amore gratuito. Gesù di Nazareth si sentì trasformato per quel motivo e si sentì chiamato ad essere veicolo della trasformazione di altri affinché avessero la stessa esperienza. E questo lo ottenne con la sua presenza, attraverso la quale chi si imbatteva con lui ed era trattato da lui come egli si sentiva trattato da suo Padre, si sentiva di essersi incontrato con una "Buona Notizia". possiamo dire che la mistagogia di Cristo, e quella che la comunità cristiana è chiamata a riprodurre, è una mistagogia della presenza testimoniale, del modellamento.

Dicevamo già che l'incontro col Signore Gesù come Buona Notizia potrebbe considerarsi la "esperienza fondante della nostra fede, quello che tradizionalmente chiamiamo il kerygma che più che contenuti concettuali dovremmo vedere come un'esperienza personale e collettiva. Centrale a questo kerigma è sperimentare Dio come il "filantropo" per eccellenza, l'amatore di tutta l'umanità, l'alleato degli uomini. Per riassumerlo in una frase evangelica: "Perché tanto amò Dio al mondo che diede a suo Figlio unico, affinché chiunque creda in lui non perisca, ma abbia vita eterna" (Gv 3:16). Trovarci con Cristo, come concrezione dell'amore gratuito ed infinito di Dio per noi è imprescindibile per avvicinarci all'esperienza fondante del cristianesimo.

5. Il Signore Gesù e l'esperienza fondante del cristianesimo, il suo paradigma fondamentale,

Avviciniamoci ora con un po' più di dettaglio a quello che può essere questa esperienza fondante della fede cristiana. Un eccellente riassunto della vita cristiana (religione) come mistagogia ci viene alla fine dalla seconda lettera dell'apostolo san Paolo ai Corinzi (13:13): "La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio, e la comunione dello Spirito Santo, siano con voi". Paolo desidera per la comunità alla quale si dirige, (abbastanza conflittuale per certo) che possano validare il vissuto di incontro con Dio sul quale hanno costruito la loro fede. È nostra convinzione che sta facendo riferimento ad un processo mistagogico concreto in cui la sequenza dei riferimenti (Figlio, Dio [Padre], Spirito) non è fortuito ma descrive un ordine concreto, un vissuto processuale. Ognuna di queste "persone", mi si accolga l'anacronismo, è accompagnata da una caratteristica/azione che sembra descriverla ed a sua volta sembrasse il preambolo per il seguente: il Signore Gesù Cristo come grazia (conduce a) Dio (il Padre) come amore e finalmente (ci porta a) lo Spirito Santo come comunione.

La porta di entrata alla nostra esperienza fondante è trovarsi con Cristo come grazia, come gratuità assoluta, donazione senza condizione, amore offerto senza prerequisiti. Chi accoglie così Cristo, chi abbassa la guardia e si lascia amare in quella maniera, può accedere finalmente al mistero dell'amore infinito che ha come fonte il Padre. L'incorporazione a questo circolo dell'amore trinitario, finalmente, lo sperimentiamo come comunione, comune-unione, relazione di partecipazione di beni, che è la natura ultima dell'amore, personificato nello Spirito Santo, Spirito di Cristo. Pertanto, torno ad insistere, per il cristiano l'esperienza fondante è l'incontro col Signore che lo riceve senza condizioni, mostrandogli la dimensione inimmaginabile dell'amore del Padre.

Ma qui sorge un problema. Non basta dire che l'incontro con Cristo è il fondamento, la porta di entrata all'esperienza fondante della fede cristiana. Bisogna trovarci col Signore "completo" e non solamente con quello che ci piace di lui e del suo messaggio. Ci sono tante immagini falsificate del Signore! Ci sarà chi si identifichi con un Gesù combattivo, difensore attivo della dignità dell'umanità, ma questo stesso credente avrebbe problemi per accettare un Gesù ubbidiente alla volontà del Padre che si lascia condurre come agnello alla morte. Altre persone si sentiranno attratte dalla povertà di Gesù per i malati ed esclusi, ma causerà loro rifiuto immaginarsi Gesù indignato e correndo dietro ai venditori del tempio. Sembra che convivano nel Signore molte personalità. Ci sarà qualche elemento, un filo conduttore, che unisca tutte e che serva da senso a tutte loro? La nostra intuizione è che effettivamente c’è e che quello è forse il paradigma fondamentale dell'esperienza cristiana di Dio.

San Paolo metteva in guardia le comunità destinatarie delle sue lettere dicendo che egli predicava solo Gesù crocifisso: "non con parole sagge per non travisare la croce di Cristo. Perché la predicazione della croce è una pazzia per chi si perde, ma per chi si salva - per noi - è forza di Dio" 1 Cor 1, 18. Per l'Apostolo per eccellenza il Signore Gesù mai smette di essere il centro del suo annuncio, è il suo kerygma. Ma contemporaneamente, di tutti gli elementi della sua vita, Paolo sembra considerare la sua morte in croce, e la sua resurrezione di tra i morti come parte integrante di un solo messaggio, come la chiave ermeneutica per capire chi è Gesù ed il suo messaggio di salvezza.

Per capire chi è il Padre ed il suo Regno, dobbiamo avvicinarci alla croce come dimostrazione di un amore che si arrende senza condizioni e fino alle ultime conseguenze. Chi si accetta di vivere secondo questo svuotamento della croce, riceve la promessa reale della vita definitiva. Dio rivela sé stesso come qualcuno che si arrende (che si svuota in kénosis, spogliamento). Cristo è il dono supremo di quel Dio che viene ad arrendersi. Pertanto, un segno dell'autentica esperienza fondante cristiana è il vissuto di ricevere una chiamata irrefrenabile a spogliarsi, nello svuotamento/consegna (kénosis) per amore che Cristo stesso ci insegna) Filip 2:5-11. Chi si è trovato col Servo sofferente di Yahveh, quello che si carica per noi di tutte le conseguenze dei nostri peccati per amore, è per questo incontro trasformato, invitato a diventare povero, disarmato e libero come il suo maestro, cioè, offerta e dono.

Questa esperienza fondante della fede cristiana deve trasmettersi in una concrezione di vita che necessariamente faccia riferimento all'esempio del Signore, povero e dedito, apertura all'altro e dono di sé come volontà ultima del Padre. Così come si è detto, Cristo ci mostra un amore disarmato, offerto, sostenuto con una vita che trasmette questo atteggiamento “di chi venne a servire". L'esperienza fondante cristiana può tradirsi in molte maniere, ma senza dubbio la più distruttiva di tutte è quando si vincola il messaggio di Cristo a qualunque forma di potere o di appropriazione, e peggio ancora, quando noi che ci diciamo portatori della Buona Notizia ci presentiamo insensibili all'iniquità e all'esclusione, dolorose conseguenze dell'abuso del potere e dell'appropriazione. E questo senza dimenticare che sono dolorose presto o tardi tanto per chi le soffre come per chi le provoca.

In sintesi, l'esperienza fondante della fede cristiana, o detto nei termini utilizzati nella nostra prima chiacchierata, il suo paradigma fondamentale, è l'incontro con qualcuno, con Gesù di Nazareth. Dicevamo che questo implica trovarsi con una persona, non con una serie di idee. Una persona che si "comunica" col credente trasmettendogli essenzialmente un'esperienza: l'amore incondizionato di Dio incarnato nella consegna che ci fa da suo Figlio. Tanto è l'amore di Dio per noi che è disposto a svuotarsi delle sue prerogative divine per trasformarsi in "modello" di quello che significa essere umano e. attraverso il suo "modellamento", mostrarci la strada per la nostra pienezza. Il simbolo fondamentale di questo mistero è Gesù nella croce, vita che si dà per trasformarsi in vita per altri e che attraverso quello movimento kenótico, paradossalmente, trova sé stessa e si vive in pienezza. Come annotava già san Paolo: La croce non ha senso senza la resurrezione, e la resurrezione è superflua senza la croce. E finalmente, accettare il messaggio che Dio è un Padre che ci ama e ci consegna come salvatore e redentore  suo Figlio, e pertanto vivere in conseguenza, è il senso ultimo di quello che chiamiamo il Regno di Dio.

6. Mistagogia cristiana, religione e crisi della cultura

È evidente che in questa breve relazione ho tentato di trasmettere meramente un abbozzo di quello che considero può arrivare ad essere una cornice teorica utile per avvicinarci al problema della crisi della società nella quale viviamo (che considero inserita nella crisi della cultura) sottolineando il ruolo che ha la religione in questo processo. Come abbozzo necessariamente è semplice, ma non per questo superficiale. Ho tentato di presentare alcuni riferimenti teorici per poterci avvicinare alla problematica istituzionale attuale (che comprende la Chiesa) in una prospettiva che penso può essere realistica e proprio per questo radicale. In tal senso ci domandiamo il significato di termini molto usati e poco compresi come cultura, identità, apertura dialogante alla diversità e tutto questo secondo il riferimento fondamentale del Regno.
                                                                                                               
La nostra proposta è che cambiare la prospettiva di analisi della nostra realtà contemporanea potrebbe incidere su essa in modo più cristiano ed efficace. Questo significa rinunciare all'atteggiamento comune di rimanere con la serie di sintomi obiettivi della crisi che tutti possono constatare, cercando spiegazioni in una cultura o un società "malate", scristianizzate ed in conflitto. La nostra proposta è che partiamo di un'analisi che consideri che probabilmente all'origine di quella crisi culturale c’è una crisi nella religione che la sostenta e che quella crisi nella religione è relazionata alla perdita di capacità di fungere da autentica mistagogia che permetta l'accesso alla "Esperienza Fondante” al nucleo dell’identità della religione. Le conseguenze sono chiare: invece di continuare a lamentarci di fronte alla secolarizzazione della società e alla perdita di valori, attaccandola o prendendo un atteggiamento difensivo davanti a lei, i cristiani devono rivedere onestamente che tanto fedeli sono stati all'esperienza fondante della loro fede, che tanto riflettono nella loro vita ed opere l'atteggiamento del loro Signore, che essendo Dio agì sempre "come quello che venne a servire."

Questa proposta implica muoverci da un'enfasi sistemata nell'analisi sociale ad un'enfasi sistemata nell'analisi teologica; ma senza perdere di vista che i dati dai quali partiamo hanno un riferimento sociale e devono essere analizzati con l'epistemologia propria di quel campo del sapere umano. Per quel motivo abbiamo bisogno di una riflessione sulla cultura come fenomeno sociale (visione antropologica) ed addentrarci nel nucleo della cultura, la religione secondo il proprio fondamento, l'esperienza di Dio (visione teologica).

La religione è chiamata a concretare la sua mistagogia in pratiche, dottrina ed istituzioni che facilitano il "vivere" d’accordo con le sue intuizioni basilari. Possiamo descrivere la genesi, crescita, apogeo, declino e sparizione delle istituzioni religiose secondo quella prospettiva sociologica. Ma dato che la loro origine trascende la storia e forma come si concretarono e punta ad un'esperienza di irruzione della cosa Reale nella sfera dell'esperienza umana, quello che abbiamo descritto come un'esperienza fondante, necessariamente dobbiamo includere questo riferimento per "valutare" se dette pratiche, dottrine ed istituzioni stanno realmente avvicinando i loro membri all'orizzonte di senso preteso. Se lo fanno, per imparare come lo fanno come e rinforzare le forze che in esse troviamo (se possibile). Se no, vedere a che cosa si deve che non stiano compiendo il ruolo che corrisponde loro, sabotando il senso della religione e bloccando l'accesso alla sua esperienza fondante, nel nostro caso l'incontro con Dio come si manifestò attraverso la vita di Gesù Cristo, il Signore.

Non basta fare una diagnosi del problema, ma dovrebbe seguire la ricerca della soluzione. Questo implica ripensare la religione e suoi concreti di oggigiorno ( necessariamente vincolati allo stesso tempo e cultura particolare) tra i quali si trovano le istituzioni e le pratiche che li caratterizzano, per adeguarli in modo che rendano accessibile e trasparente l'esperienza che Dio che pretendono veicolare all'uomo e donna concreti di oggi. Dicemmo che le religioni si costruiscono attorno a queste esperienze fondanti, vissute come indiscutibili per quanto sono consistentemente reali. Forse la prima origine della crisi delle culture cristiane è stata avere dimenticato che nella sua origine c'era un'esperienza di Dio percettibile e trasmissibile. Che era non solo ingiusto bensì essenzialmente erroneo chiedere adesione ad una serie di riferimenti dottrinali se questi non manifestavano la loro "realtà" attraverso la nascita di quello che Paolo chiamò "i frutti dello Spirito" (Gal 5:22-23). Si andò dimenticando che Dio non era un'idea, un concetto che potesse delimitarsi e dedurre, bensì un'esperienza viva che si imponeva a chi si arrischiava a mettersi sotto il suo influsso. Si andò dimenticando che ogni autentica teologia è figlia di un'esperienza di incontro con Dio, più che esercizio dialettico. In un sistema culturale, quando la religione che lo sostenta smette di mettere i suoi membri in contatto con quello che si percepisce come la Realtà Ultima, semplicemente smette di funzionare e trascina oltre a sé gli altri componenti della struttura culturale: la cosmovisione e l'ethos.

Nella nostra seguente relazione tenteremo di abbordare questa problematica nel concreto della mistagogia cristiana, il dialogo interculturale ed interreligioso, e la possibilità di condividere la Buona Notizia attraverso frontiere culturali.

 
       
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